|
||
| N O T I Z I E E D E V E N T I | ||
"... il Mezzogiorno rappresenta ancora una questione nazionale". È per me un onore ricevere un riconoscimento intitolato alla memoria di Guido Dorso.Dopo la sua scomparsa, nei primi anni cinquanta la Commissione parlamentare d'inchiesta sulla miseria in Italia rilevava un quadro drammatico della condizioni di vita di una parte della popolazione: il 7,5 per cento delle famiglie non consumava carne, zucchero e vino; il 4,7 per cento viveva in abitazioni sovraffollate e il 2,8 per cento in cantine, soffitte, baracche, grotte. Combinando i diversi indicatori, si stimava che le famiglie in condizione di povertà fossero 2,7 milioni. L'incidenza della povertà era dell'8 per cento nel Centro-Nord; nel Mezzogiorno raggiungeva il 50. La riforma fondiaria, l'operosa stagione della prima Cassa del Mezzogiorno, i profondi mutamenti sociali e politici, l'impegno dello stato e delle imprese pubbliche hanno contribuito nel corso di cinquant'anni a sollevare vaste aree del Meridione da una condizione di immobilismo e ad affrancarle da uno stato di gravi privazioni. Ciò non ha impedito l'esodo di oltre 4 milioni di lavoratori verso il Nord-Ovest e il resto d'Europa. Gli sforzi compiuti e i costi umani e sociali sostenuti non sono bastati a colmare il ritardo nello sviluppo delle regioni meridionali, a eliminare del tutto le condizioni di disagio, talora di degrado. Nella lunga fase di crescita dell'economia italiana, il divario rispetto al resto del Paese si è fortemente ridotto fino ai primi anni settanta; si è poi gradualmente riaperto dalla seconda metà del decennio successivo. Gli squilibri si sono accentuati negli anni novanta. Nel Mezzogiorno il 14 per cento dei residenti viveva ancora nel 1998 in condizioni di sovraffollamento abitativo, contro il 4 nelle regioni centro-settentrionali. Nel 1999 il 24 per cento delle famiglie si situava al di sotto della soglia di povertà, a fronte del 6 per cento nel resto del Paese. Il prodotto interno lordo pro capite è nelle regioni meridionali il 55 per cento di quello del Centro-Nord. Nel 1999 aveva un'occupazione solo il 41 per cento della popolazione in età da lavoro, contro il 58 nel Centro-Nord e il 62 nella Unione europea. La disoccupazione nel Mezzogiorno supera da tempo il 20 per cento delle forze di lavoro. Negli anni novanta al venir meno dell'intervento straordinario ha fatto seguito, nel contesto del generalizzato rallentamento dell'economia europea e soprattutto di quella italiana, una crisi dell'attività produttiva nel Meridione. Ristagnava la domanda, in precedenza largamente alimentata dai trasferimenti statali; ne risentiva soprattutto il settore delle costruzioni. La soppressione degli sgravi contributivi riportava i costi del lavoro fuori linea rispetto alla produttività delle imprese. La crisi comprometteva la stabilità del sistema bancario meridionale, le cui difficoltà amplificavano a loro volta quelle del settore produttivo. Gli interventi della Vigilanza e l'apporto di capitali da parte dello Stato e dello stesso sistema bancario permettevano di risollevare le sorti dei due maggiori istituti. Ampi piani di ristrutturazione aziendale e l'accresciuta presenza di importanti intermediari del Centro-Nord hanno rafforzato il sistema creditizio dell'area. Il temporaneo sostegno fornito dal 1993 dalle esportazioni all'attività produttiva del nostro Paese è risultato nel Meridione più modesto a causa dello scarso peso degli scambi con l'estero; tuttavia la presenza di una quota crescente di imprese sui mercati internazionali ha avviato comportamenti imitativi diffusi sul territorio. Secondo valutazioni del Dipartimento per la coesione sociale del Ministero del Tesoro, tra il 1992 e il 1997 lo sforzo di risanamento finanziario ha ridotto nel Mezzogiorno la spesa pubblica pro capite in conto capitale e in formazione di circa un quarto in termini reali. Da allora si è registrato un lieve recupero. Ha preso avvio una nuova fase della politica regionale. Sono stati ridefiniti gli strumenti dell'intervento pubblico, inquadrandoli nei rapporti di sussidiarietà tra i diversi livelli di governo in Italia e in Europa. In base ai dati del Ministero dell'Industria, la quota di sovvenzioni assegnata al Sud nel periodo 1995-99 ha superato la metà del totale nazionale, rispetto ad un valore aggiunto del settore manifatturiero meridionale del 16 per cento. Con la legge 488 del 1992, dopo un iniziale periodo di stasi, negli ultimi quattro anni sono stati messi a disposizione delle imprese 12.500 miliardi, di cui 8.000 effettivamente erogati. Nei settori dei trasporti, dell'energia, delle comunicazioni, delle risorse idriche e in tutte le categorie di opere pubbliche a carattere sociale, la dotazione di infrastrutture del Mezzogiorno supera di poco la metà di quella del resto del Paese. L'investimento in infrastrutture non è sufficiente a garantire la crescita, ma è la condizione necessaria per realizzarla. Non c'è sviluppo senza una dotazione adeguata di capitale pubblico. Per aumentare l'occupazione occorre innalzare la produttività del lavoro e con essa la competitività delle imprese meridionali. L'investimento nel capitale pubblico, umano e sociale, deve procede in parallelo con quello privato. I mercati dei beni, dei sevizi e dei fattori produttivi devono poter operare in condizioni di concorrenza. La corrispondenza tra produttività del lavoro e salario va ricercata agendo sulle leve che possono favorire consistenti recuperi di produttività, ma anche attraverso una sufficiente flessibilità dei costi del lavoro. La diffusione di attività sommerse costituisce spesso una risposta difensiva, ma non è accettabile perché in ultima analisi rappresenta un freno alla crescita delle imprese e all'investimento in capitale umano. Non basta far emergere le attività irregolari; sono necessarie una riduzione del costo del lavoro per unità di prodotto, una minore pressione fiscale, la riqualificazione della spesa pubblica. Occorre un salto di qualità nell'azione amministrativa dello Stato e dei governi regionali e locali. Fra i giovani meridionali tra 15 e 24 anni il tasso di disoccupazione è pari al 57 per cento; di questi, più di due terzi sono in cerca di occupazione da un anno o più. Molti di loro vivono in famiglie dove il rischio di povertà è elevato. La ripresa di flussi migratori verso le regioni del Nord, pari a 330.000 persone nell'ultimo quinquennio, rappresenta una correzione della crescente segmentazione regionale del mercato del lavoro italiano; può sottrarre i giovani a un'attesa improduttiva e fornire un'esperienza di lavoro in una delle aree economicamente più avanzate del mondo. Ma l'emigrazione non può risolvere il problema della bassa occupazione; essa tende ad impoverire le regioni di partenza ed è costosa per l'individuo e per la collettività. Dorso, nella Rivoluzione meridionale, auspicava un rinnovamento che consentisse di sostituire le vecchie classi dirigenti e di dare vita ad un Mezzogiorno autonomo. Luigi Sturzo, commentando negli anni venti gli scritti di Dorso, ne condivideva l'analisi, affermando il carattere nazionale del problema politico del Mezzogiorno. La centralità della questione, il suo stretto legame con la struttura ed il funzionamento dello Stato, la necessità di una mobilitazione della cultura sono punti del pensiero di Dorso fortemente attuali. Nelle sue analisi si avverte pessimismo ma anche un'ansia di rigenerazione secondo la lezione di Giustino Fortunato; vi si coglie la visione gobettiana dell'Italia, sostenuta da una forte tensione morale. A molti le sue tesi parvero eretiche; non così a don Luigi Sturzo, a Tommaso Fiore, ad Antonio Gramsci. Il Mezzogiorno, che nell'ultimo cinquantennio ha vissuto un eccezionale progresso civile ed economico, rappresenta ancora, pur nel mutato contesto, una questione nazionale. Sono sorte forme nuove di povertà. È più che mai urgente, mentre si diffondono gli effetti della globalizzazione, che al superamento delle due Italie sia impressa un'accelerazione, con un impegno dello Stato, delle istituzioni, delle imprese, delle parti sociali. Lo richiedono gli ancora gravi squilibri rispetto al resto del Paese, l'alta disoccupazione, le talora difficili condizioni della vita civile. Lo Stato ha il dovere di assicurare il controllo pieno del territorio. È fondamentale che ovunque nel Mezzogiorno le amministrazioni pubbliche conseguano un elevato livello di efficienza e trasparenza, elemento indispensabile per promuovere lo sviluppo. In questo contesto acquistano crescente rilevanza i problemi della tutela dell'ambiente e del territorio. L'impresa deve dare maggior impulso all'innovazione. Le esperienze positive realizzate in alcune aree, nei settori avanzati, possono essere estese. Nell'attuale fase, sulla ripresa dello sviluppo nel Mezzogiorno pesano i rischi che si addensano sulla crescita dell'economia italiana e sul costo della vita, per l'alto prezzo del petrolio e per l'estrema debolezza della moneta comune. Al di là di appropriati interventi specifici, quei rischi vanno sventati dando avvio alle necessarie riforme strutturali. Non siamo di certo di fronte al dilemma "rinnovarsi o perire", che Dorso poneva nel 1944, ma rimane attuale l'esigenza di rinnovamento e di progresso del Meridione. A essa dobbiamo corrispondere. Il Mezzogiorno può, deve costituire una grande occasione di sviluppo per l'Italia intera. |
||
| [ top ] | |
|