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Giorgio Napolitano
Ricordo di Manlio Rossi-Doria nel centenario della nascita,
promosso dall’ANIMI
Roma, 14 giugno 2005
Manlio Rossi-Doria tra antifascismo e meridionalismo
I due
punti di riferimento che sono stati assunti nel tema di questo omaggio
alla figura di Manlio Rossi-Doria, appaiono entrambi messi in
questione nella particolare fase che la vita pubblica italiana sta attraversando.
Il che, se si vuole, dà ancora più senso alla rievocazione
di quel che essi rappresentarono per Manlio: si riassunsero, nell’uno,
l’esperienza politica fondamentale della sua vita, e nell’altro
il campo privilegiato della sua ispirazione culturale, della sua applicazione
alla realtà, della sua azione costruttiva nell’interesse
del paese.
Maturò in lui prima l’orientamento antifascista o l’impegno
meridionalistico? Quel che interessa è naturalmente il nesso tra
il primo e il secondo. Comunque, nella sua “Gioia tranquilla del
ricordo” si datano al 1926-27 gli anni in cui maturò il
suo antifascismo, le cui premesse erano nel riformismo socialista di
suo padre, amico e seguace di Leonida Bissolati; ma si parla del suo
orientamento, fin dal 1921, verso una netta opposizione al fascismo.
Determinanti furono poi le reazioni alle drammatiche vicende del delitto
Matteotti e dell’Aventino; e infine, nel biennio che, come ho detto,
Manlio richiama nel suo libro, la vicinanza e l’amicizia di Enrico
Sereni e di Giorgio Amendola lo rafforzarono nella determinazione antifascista
e nel “proposito di tradurla al più presto in una partecipazione
attiva” alla lotta.
In quanto al meridionalismo, in una lettera del 1952 alla futura moglie,
Manlio scrisse di aver trovato addirittura a 18 anni la sua “strada
verso il Mezzogiorno d’Italia”, che da allora vide come “il
problema centrale del suo paese”. Sempre nelle sue Memorie egli
ci ha poi detto che “la scelta politica e civile di dedicarsi al
Mezzogiorno d’Italia” maturò in lui parallelamente,
e in singolare corrispondenza ideale, alla scelta sionista di Enzo ed
Emilio Sereni e alla loro decisione di trasferirsi in Israele. Di lì a
qualche anno, tra il 1926 e il ’28, Emilio (“Mimmo”)
si sarebbe poi convertito dal sionismo al comunismo. La scelta meridionalista
di Rossi-Doria si tradusse, dopo la licenza liceale nell’iscrizione
(insieme a Mimmo) – autunno 1924 – al corso in Scienze agrarie
dell’Istituto Superiore di Agricoltura di Portici. Ma sin dall’inverno
1922-23, è sempre Manlio che ce lo ha raccontato, aveva cominciato
a frequentare la Biblioteca Giustino Fortunato presso l’Associazione
Nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno. La decisione, infine, di
dedicare al Mezzogiorno il suo impegno civile, e all’agricoltura
il suo impegno professionale, “nacque” – sono sue parole – “sul
terreno di una coerente interpretazione politica”. Una interpretazione,
si deve intendere, del “divario economico e civile tra le due Italie” come
nodo centrale della vita nazionale da affrontare in una prospettiva di
opposizione e di alternativa democratica al fascismo.
Inscindibile fu dunque l’intreccio antifascismo-meridionalismo
nella formazione e nell’impegno di Manlio Rossi-Doria in quella
per lui cruciale seconda metà degli anni ’20. Prima di giungere
alla decisione di aderire al partito comunista ed intraprendere l’attività organizzativa
clandestina, egli aveva potuto respirare il clima del più intransigente
e conseguente antifascismo nella casa di Giustino Fortunato, grande capo-scuola
del meridionalismo. Lo conobbe e ne frequentò il “salotto” di
via Vittoria Colonna a Napoli, introdottovi da Giorgio Amendola.
Il ricchissimo carteggio del Fortunato – di cui Rossi-Doria parlò,
poco dopo la pubblicazione, nel discorso del luglio 1982 a Rionero, giudicandolo
illuminante – ci dice come quel grande figlio del Mezzogiorno vide
giusto e lontano fin dal momento dell’avvento del fascismo al potere.
Già all’indomani della marcia su Roma, Don Giustino scrisse
all’amico Antonio Cefaly:
“Chi mai, qualche anno fa, ci avrebbe predetto tutto ciò?
La «salvezza», dunque, a presso della violenza e dell’illegalità.
Bada: quaggiù tutti delirano dalla gioia, plaudenti a tutto quel
che è accaduto. Come le tante volte in mia vita, son solo a pensare,
a dolermi in opposizione alla quasi unanimità!”.
E poco
dopo, l’8 novembre 1922, in una lettera a Gaetano Mosca,
così si espresse:
“Io, che tante volte, in questi amarissimi giorni, mi son domandato
del pensier tuo intorno a tanta unanime aberrazione di menti e di animi,
non so resistere a chiederti, in precedenza, anche con sole poche parole
su cartolina, se convieni o pur no meco nel giudizio pessimistico di
quest’altra ultima follia post bellica, che ha nome «fascismo».
Or ora ho qui dinanzi il duplice saluto di Michele Bianchi e del Sansanelli,
che, se non hai letto, io ti prego di leggere: son tutti e due meridionali,
di Salerno il primo, di Basilicata il secondo. Essi, – i rappresentanti
le «nuove energie», da cui l’Italia aspetta salute!
Tanto, come semplice notizia: anche Benedetto Croce ha plaudito e plaude
al Mussolini. Del Mussolini ammiratore entusiasta anche Francesco Torraca.
E a me pare di sognare!”.
Né successivamente Giustino Fortunato si fece illusioni. Il 2
giugno del 1923 scriveva all’amatissimo Umberto Zanotti Bianco “oh,
non si illuda in un qualsiasi acceleramento del processo di decomposizione
del fascismo. Ha letto la vergognosa, stolida lettera del ministro Gentile?
So di vedere, di aver visto sempre chiaro: il disgraziato nostro Pese è perduto
per sempre! Se sapesse quel che accade quaggiù nelle province...”.
Fortunato reagì poi con tutte le sue residue forze, nell’estate
1923, all’imposizione della legge Acerbo:
“Mi lusingo di poter avere tanta forza fisica e morale da essere
al Senato nel giorno della votazione della pretesa, orrida, riforma elettorale,
e dare l’ultimo mio no, ultimo discarico della mia coscienza politica,
al vento”.
In
effetti, il meridionalismo era nato, con Giustino Fortunato, come critica
liberale della formazione e dello sviluppo dello Stato unitario.
Egli non disdisse mai il suo unitarismo; anche se all’indomani
dell’avvento del fascismo, scrisse a Croce: “Nessuno certo
ha più di me benedetto l’unità della Nazione. Vero è che
dal dopoguerra in qua anche questa fede mi vacilla”. Comunque,
la critica alle scelte che avevano duramente penalizzato il Mezzogiorno
nulla tolsero mai all’apprezzamento – che volle ripetere
a Giovanni Giolitti, in una lettera del giugno 1923 – per la “perseverante
avveduta politica, fatta, per tutto un cinquantennio, di legalità e
di libertà”: fino, cioè, a quella che egli chiamava “la
guerra sovvertitrice” e alla conseguente calamità del fascismo.
Quel che il giovane Rossi-Doria, con Amendola, con Sereni, con Enzo Tagliacozzo,
poteva trarre dall’esempio di Fortunato era dunque la naturale
vocazione del meridionalismo a farsi antifascismo, nel senso pieno del
termine. Un antifascismo che per Manlio doveva ormai farsi azione: fu
quella la motivazione essenziale della sua adesione al partito comunista,
nel 1928 “Era ormai ferma in me la convinzione che, nelle condizioni
in cui eravamo, il nostro impegno poteva essere seriamente, ossia efficacemente,
mantenuto solo militando in un partito che aveva dimostrato coi fatti
di sapere e di voler combattere”. Affermazione, questa, contenuta
nelle sue Memorie, alla quale va però associata l’altra,
che si riferisce alla sua prima ricerca “sul campo”, il giro
compiuto, da studente di Portici, azienda per azienda, “armato
di uno speciale bastone misuratore”, per preparare una tesi “sul
bestiame di razza podolica in Basilicata”: “tuttora mi chiedo
se quella prima intensa esperienza dei modi di vita dei contadini meridionali
non sia stata determinante nella decisione da me presa nel corso del
1928 di accogliere l’invito di Mimmo e di farmi comunista”.
Anche in quella decisione si intrecciarono dunque la motivazione antifascista
e la motivazione meridionalista.
Come si sa, l’attività organizzativa clandestina per il
partito comunista costò a Manlio l’arresto, il processo,
la condanna a 15 anni di carcere, di cui 5 effettivamente scontati. Nella
sua peregrinazione da un carcere all’altro, egli trovò la
conferma visibile del contributo determinante dei comunisti alla lotta
contro il fascismo, condotta a prezzo della libertà anche da tanti
semplici giovani lavoratori. Ne “La gioia tranquilla del ricordo”,
si leggono in proposito pagine molto belle, anche sull’”ambiente
morale” in cui visse, “tra compagni”, l’esperienza
del penitenziario di Civitavecchia. E se certamente, negli anni della
dura scuola del carcere, Manlio si rivolse ai più vasti interessi
di studio, mai abbandonò l’impegno ed il gusto della scelta
professionale, già culminata nella laurea a Portici: poco dopo
l’inizio del suo percorso carcerario, alla preoccupazione del padre
per il fatto che egli cercasse libri lontani dalla materia dell’agricoltura,
gli aveva risposto: “Visto che per ora e chissà per quanto
tempo non mi è dato viverla nei campi, la cerco quale era nella
storia”, e in particolare in quella medievale. Ma “agricoltore
sono e agricoltore resto”. E a Civitavecchia, si diede alla lettura
dell’inchiesta agraria dell’INEA, della Relazione finale
di Jacini, degli studi sui contratti agrari di Serpieri, e finanche dei
volumi dei censimenti e del catasto agrario.
Uscito dal carcere nel 1935, Manlio si immerse nel “mestiere” di
economista agrario, collaborando intensamente alla rivista “Bonifica
e colonizzazione”; ma in quegli stessi anni, fino al 1940, sviluppò contatti
e rapporti con ambienti antifascisti, quello degli intellettuali che
lavoravano all’Enciclopedia Treccani e quello dei giovani – di
una generazione immediatamente successiva alla sua – da cui nacque
il forte gruppo romano del PCI. Politica e mestiere, impegno meridionalistico
sulla questione agraria e cospirazione antifascista, continuarono a marciare
di pari passo. Non più, peraltro, nelle file del partito comunista,
da cui si era decisamente distaccato per il rifiuto del regime repressivo
instauratosi nell’URSS, per una più forte adesione a esigenze
di libertà, e per le stesse suggestioni del suo lavoro sulle opposte
esperienze sovietica e americana. L’invio al confino da parte delle
autorità fasciste con l’entrata in guerra dell’Italia
nel 1940, se lo privò ancora della libertà, “lo restituì” – essendo
stato destinato a S. Fele sulla montagna potentina – “all’Italia
meridionale e alla campagna”. Al confino, Manlio maturò la
sua nuova scelta politica, che lo condusse a una posizione di rilievo
nel Partito d’azione costituitosi tra la fine del 1942 e l’inizio
del ’43: la maturò nel rapporto con Eugenio Colorni e poi
con Franco Venturi, entrambi confinati anch’essi in Basilicata,
e attraverso scambi di idee con Ernesto Rossi – che Manlio aveva
incontrato in carcere – e con Altiero Spinelli, i due ideatori
del Manifesto federalista europeo di Ventotene.
L’impegno politico diretto di Rossi-Doria conobbe un’ultima,
arrischiata e fervida stagione con l’arresto, il carcere di Regina
Coeli e la fuga nella Roma occupata dai nazisti, e poi col dibattito
sulla strategia del partito d’Azione, fino alla battaglia elettorale
del 2 giugno 1946 con la sfortunata Alleanza Repubblicana Meridionale.
E si concluse con la fine della vicenda dell’azionismo. Manlio
si dedicò allora interamente a quella che non so se con espressione
appropriata definì “la politica del mestiere”. Direi
piuttosto che egli fece politica meridionalista con i mezzi di un’eccezionale
competenza e capacità tecnica sul versante esenziale dell’agricoltura.
E il suo rimane a mio avviso un esempio di come la competenza dello studioso
e del tecnico possa esprimere un’ispirazione e visione politica,
e di come la politica abbia bisogno vitale della competenza dello studioso
e tecnico: purtroppo è proprio questa compenetrazione che si è venuta
smarrendo nella vita pubblica italiana, e se ne sentono le conseguenze.
Non tocca certo a me ritornare sull’opera di Manlio Rossi-Doria
economista agrario, sul contributo altissimo da lui dato alla conoscenza
e all’approfondimento dei problemi dell’agricoltura meridionale,
attraverso studi e analisi sul campo, né ritornare sulla sua esperienza
di governo di processi importanti di riforma e di trasformazione, o sul
suo insegnamento di inventore e costruttore del centro di Specializzazione
e Ricerche Economico-Agrarie per il Mezzogiorno, di ineguagliato maestro
per intere generazioni di studiosi. Di tutto ciò hanno parlato
e scritto altri con ben maggiori titoli di me, essendosi formati alla
sua scuola ed essendogli stati vicini per lungi anni.
Io desidero ora richiamare solo un nodo politico attorno al quale si
sviluppò una serrata polemica tra Manlio e, in particolare, dirigenti
e vecchi amici del partito comunista. Si è detto che egli considerò suoi
maestri di meridionalismo Giustino Fortunato, Gaetano Salvemini e infine
Guido Dorso. Fu di quest’ultimo l’ispirazione del primo Convegno
di studi sui problemi del Mezzogiorno che per iniziativa del Partito
d’Azione si tenne a Bari nel dicembre 1944: ispirazione alla quale
corrispose la relazione di Rossi-Doria su “La struttura e i problemi
dell’agricoltura meridionale”. Quella relazione pose in termini
radicali l’esigenza “di spezzare la mostruosa costruzione
dei rapporti di proprietà e dei rapporti sociali che si sono lentamente
venuti formando, una complessa struttura sociale” che rappresenta
ormai “un cerchio chiuso che riproduce miseria”. E ancora
nell’ottobre 1946 a Napoli, in un Convegno – di cui ho personale
memoria – per le trasformazioni fondiarie nel Mezzogiorno e nelle
Isole, Rossi-Doria svolse la relazione ponendo il problema della riforma
agraria nel senso della necessità di integrare (non escludere)
la riforma fondiaria, intesa come redistribuzione della proprietà terriera,
con un contemporaneo processo di trasformazione e riordinamento fondiario.
E infatti Sereni, il Mimmo degli anni giovanili – per quanto i
due fossero ormai politicamente lontani – intervenne per dichiararsi
d’accordo “con la maggior parte delle affermazioni” di
Rossi-Doria, raccomandando solo che i tecnici fossero convinti “della
possibilità effettiva – politica, sociale, e non semplicemente
tecnica – della necessaria grande opera di rinnovamento dell’agricoltura
meridionale”.
Ma vi fu più tardi una chiara correzione di rotta da parte di
Manlio: nel discorso del settembre ’48 all’Accademia dei
Georgofili, egli affermò che essendosi “stabilizzata la
situazione italiana su una base di conservazione”, e quindi nell’“atmosfera
politica” determinatasi dopo le elezioni del 18 aprile, “non
c’è Parlamento che possa fare una riforma in senso profondo
e radicale”. Di qui la opportunità di una politica di rinuncia
a una “riforma fondiaria”, a favore di “una politica
di riforma dei patti agrari, di bonifica e di formazione graduale di
proprietà contadina”.
La valutazione che veniva data della situazione e dell’atmosfera
politica dopo il 18 aprile ’48 aveva un indubbio fondamento di
realtà. Ma già prima Manlio era giunto alla conclusione – come
ebbe a scrivere nel 1968 a Leo Valiani – che i sogni succeduti
alla caduta del fascismo e ancora tenacemente coltivati da alcuni nel
dibattito interno al partito d’Azione non si sarebbero realizzati: “Ormai
camminavo tenendo davanti agli occhi la diversa prospettiva che la rivoluzione
non ci sarebbe stata, che il vecchio avrebbe preso il sopravvento sul
nuovo, che la sinistra sarebbe stata sempre sconfitta sino a quando non
avesse imparato a fare i conti con la realtà e ad acquistare le
doti dei cavalli dal fiato lungo”.
Parole sacrosante, erano in generale quelle rivolte alla sinistra. Ma
il giudizio di Manlio sul “dopo-18 aprile” fu forse eccessivamente
pessimistico. In effetti una chiusura conservatrice totale non ci fu;
e i movimenti animati dalla sinistra – per quanto potessero risultarne
non realistici gli obbiettivi – i movimenti di occupazioni di terre
nel Mezzogiorno, esercitarono una forte pressione sulle forze di governo,
su una parte importante della Democrazia Cristiana, che si mostrò sensibile
a esigenze di riforma. Giulio Leone ha ricordato l’impatto dell’eccidio
verificatosi a Melissa nell’ottobre 1949 proprio a seguito di un’occupazione
di terre incolte, sulla decisione governativa di promuovere un piano
di espropri e assegnazioni di terre ai contadini in Calabria. Insomma,
sia pure entro determinati limiti, riforma fondiaria ci fu, in primo
luogo con la legge del maggio 1950: e Manlio, come consulente tecnico
dell’Opera Sila, fu animatore e nella prima fase realizzatore della
riforma in Calabria.
Il dissidio con la sinistra allora all’opposizione nasceva dal
fatto che Manlio non si lasciava condurre all’inazione né dalle
sue valutazioni pessimistiche della fase politica né dalle pregiudiziali
di comunisti e socialisti che si contrapponevano, con giudizi globalmente
negativi, ai provvedimenti del governo. Egli faceva la sua parte, da
meridionalista e da tecnico; era convinto di dover dare il suo apporto
al processo di rinnovamento possibile.
L’avere partecipato a quel processo di riforma – scelta che
egli mai rinnegò – non lo spinse però a tracciarne
un bilancio acritico. Tutt’altro. Egli, difendendo l’esperienza
compiuta in Calabria, parlerà poi di un periodo molto bello, ma
chiusosi con una sconfitta, perché la riforma agraria era “venuta
diversa da quella che doveva essere”, in quanto concepita e attuata
come “un intervento rigidamente guidato dall’alto”,
caratterizzato da una pesante uniformità di direttive e da una
totale assenza di democrazia interna.
Ecco dunque lo stile, la cifra dell’impegno meridionalistico di
Manlio Rossi-Doria. Non scivolare nel nullismo della pura contestazione,
del puro rifiuto – dettato da motivi di collocazione politica – dei
tentativi e dei progressi parziali che si potessero realisticamente perseguire;
esserci dentro, influenzarli con la propria competenza e con la propria
moralità; restare vigilante, pronto a prendere le distanze da
una linea d’azione o di gestione che si rivelasse infeconda e fuorviante.
E’ un discorso che vale anche per il suo atteggiamento di fronte
alla politica dell’intervento straordinario, di fronte all’esperienza
della Cassa per il Mezzogiorno. Nell’avvio di quella politica,
di quella esperienza egli vide e riconobbe un fatto nuovo, il segno di
un mutamento rispetto al tradizionale atteggiamento dello Stato verso
il Mezzogiorno. Ancora nel 1971, egli ribadì di aver giudicato “saggia
l’impostazione data alla politica dell’intervento straordinario
nel 1950” e sostenne che quel programma era stato portato avanti
con energia, con chiarezza amministrativa e con ottimi risultati dalla
Cassa nel corso del primo e del secondo decennio della sua attività”.
Si dové d’altronde partire dalla terribile eredità del
fascismo, che aveva rappresentato – secondo l’analisi di
Rossi-Doria, confortata da calcoli ineccepibili come quelli di Dell’Angelo – “il
periodo più tragico del Mezzogiorno” (anche questo vale
oggi la pena di ricordare) che culminò negli “anni della
disperazione nera” tra il 1929 e il 1935, e ridusse l’Italia
meridionale “ad uno stato di miseria ancora più grave di
quello in cui essa si era venuta a trovare nell’ultimo ventennio” dell’Ottocento.
Ma nonostante i suoi risultati fino a un dato momento positivi, l’intervento
straordinario fu inficiato – ha con forza sostenuto Rossi-Doria – dall’errore
commesso nei cosiddetti anni del miracolo economico, quando la politica
nazionale “avrebbe dovuto e potuto puntare sulla unificazione economica
del paese e non lo fece”. E a questo riguardo il mio pensiero corre
alla Nota aggiuntiva presentata da Ugo La Malfa nel 1962 e alla sorte
che purtroppo le toccò.
In quel discorso del 1971 che ho già citato, e pronunciato in
Senato in occasione di un disegno di legge sugli interventi nel Mezzogiorno
per il quinquennio 1971-75, Manlio affermò che la politica seguita
dalla Cassa andava non sconfessata, bensì corretta e innovata
specie rispetto alla precedente legge, del 1965; e poté affermarlo
anche sulla base dell’esperienza di Consigliere d’amministrazione
della Cassa compiuta tra il 1965 e il 1968.
Tuttavia, il ritorno all’impegno politico diretto con l’elezione
in Senato, se gli consentì di farsi protagonista di quella riforma
dei contratti agrari che aveva costituito un obbiettivo storico della
sua battaglia meridionalistica, gli fece probabilmente toccare più da
vicino le difficoltà e le resistenze che si opponevano al rinnovamento
della politica per il Mezzogiorno e della politica economica nazionale.
Ed egli giunse così a conclusioni assai più critiche e
negative, parlando, nella premessa del 1981 ai suoi “Scritti sul
Mezzogiorno”, di un logoramento ed esaurimento della politica della
quale era stato “partecipe, anche se critico sostenitore”.
Anche perché la realtà meridionale aveva conosciuto un
cambiamento di fondo, che Manlio sintetizzò nella relazione del
1977 (“Trent’anni alle spalle”), con queste meditate
parole:
“Ai tempi di Salvemini, di Dorso e di Fiore, le classi dirigenti
meridionali apparivano più di ostacolo che di aiuto alla moderna
evoluzione economica e civile del Mezzogiorno, perché saldate
in un unico sistema di potere sociale e politico in difesa dei privilegi
della proprietà terriera, ai quali, in misura maggiore o minore,
tutta la borghesia – grande, media o piccola che fosse – era
interessata.
Il «blocco agrario» – come fu chiamato quel sistema
di potere – dopo la Seconda guerra mondiale è entrato indubbiamente
in crisi, anche se i vecchi legami resistono tenaci. A giudizio di molti,
tuttavia, su nuove basi – e precisamente su quelle intricate e
complesse, sulle quali si erige nelle province meridionali l’enorme
edificio della spesa pubblica, dei pubblici servizi, della previdenza
sociale – qualcosa di simile all’antico «blocco agrario» si è ricostituito
ed ha assunto, ancora una volta, la forma di un «unico sistema
di potere sociale e politico», altrettanto forte e dominante quanto
l’antico, e altrettanto capace di frenare e stravolgere lo sviluppo
delle regioni meridionali.
E’ comune oggi l’opinione che le radici di questo sistema
non siano più, come un tempo, nelle campagne e nei centri rurali,
bensì appunto nelle città abnormemente cresciute e nei
molteplici e collegati centri di potere che in esse sono operanti. Qualunque
sia il giudizio al riguardo non v’è dubbio che nelle caratteristiche
di una larga parte delle classi dirigenti meridionali vada ancora ricercato – a
distanza di un secolo da quando per la prima volta se ne parlò – uno
dei nodi più gravi e decisivi della «questione meridionale»”.
Quello
così fortemente scolpito nel brano che ho voluto leggere
rimane l’ultimo, profondo ed essenziale contributo creativo di
Manlio Rossi-Doria meridionalista. E anche guardando ai nuovi scenari
della costruzione europea ed euromediterranea, egli seppe indicare le
ragioni per le quali – ecco il messaggio – “tutte le
politiche per il Mezzogiorno vanno nel prossimo avvenire nuovamente ripensate
con coraggio, con durezza e con fantasia”.
Purtroppo c’è chi – invece di sottoporsi a questa
prova – sceglie la strada più facile e fatua del dichiarare
superato il meridionalismo e da “abolire” la questione meridionale.
Dicevo all’inizio che stiamo vivendo una fase, politica e culturale,
nella quale si tende a mettere in questione i fondamenti della nostra
storia repubblicana. Tra i quali vi furono senza dubbio i motivi ispiratori
e conduttori dell’esperienza umana e dell’incessante operosità di
Manlio Rossi-Doria. Ora, non occorre che alcuno ci spieghi come la molla
dell’antifascismo in senso stretto si sia venuta esaurendo e come
la tradizione del meridionalismo si sia venuta affievolendo. Ma sentiamo
ancora – e consideriamo doveroso valorizzare – la fecondità di
un approccio ideale e morale come quello che spinse Manlio e tanti altri,
contro il fascismo trionfante, all’impegno politico inteso innanzitutto
come battaglia per la libertà e la democrazia, a prezzo di qualsiasi
rischio e sacrificio; e sentiamo ancora la necessità di nutrire
l’azione pubblica di quell’alimento culturale, di quella
capacità di analisi dell’Italia reale e di quella sapienza
costruttiva, che hanno caratterizzato il meridionalismo nelle sue espressioni
più alte, fino al nostro non dimenticato Manlio Rossi-Doria.
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