N O T I Z I E    E D    E V E N T I
 

 

Il Sud, tra programmi, obiettivi e risultati

di Gino Faustini

Una tempestiva iniziativa dell’ANIMI – il seminario di studio: “Mezzogiorno d’Italia: Ponte dell’Europa sul Mediterraneo” (Napoli, 20 marzo 2006) – si svolge in una fase di ferventi dibattiti sui problemi di attualità e sui programmi con cui affrontarli. Il recente allargamento dell’Unione Europea ai paesi dell’Est ha spostato la direzione della UE dal tradizionale asse Nord-Sud in direzione Ovest-Est. Ma a questo cambiamento recente ha già fatto seguito uno spostamento geo-politico ancor più rilevante, con l’emergere della Cina e dell’India tra le potenze economiche mondiali. L’asse si è spostato ancor più verso l’Estremo Oriente e si sono aperti nuovi orizzonti per il Mediterraneo, che si ritiene possa assumere un ruolo più attivo negli scambi internazionali. In particolare le regioni del Mezzogiorno con la loro posizione centrale nel Mediterraneo possono inserirsi nel circuito di nuovi interessi e di nuovi traffici. Cambiano le coordinate, si definiscono nuovi obiettivi e nuovi programmi, ma si tratta di impegnarsi in coerenza e con tempestività per conseguire nel tempo positivi risultati.

Lo aveva suggerito il libro di Nicola Rossi, “Mediterraneo del Nord: un’altra idea del Mezzogiorno” (Laterza, 2005) in cui l’autore – con l’apporto di altri studiosi – fa un’attenta disamina degli interventi di quella “Nuova programmazione” con cui si è voluto imprimere un nuovo corso nella stagione seguita alla chiusura dell’“intervento straordinario”, facendo leva su progetti espressi “dal basso”. Questa procedura ha ottenuto dall’UE, per così dire, un imprinting culturale, secondo una procedura per le politiche regionali, che riserva agli interventi, sia i finanziamenti dei fondi strutturali, sia una sorta di malleveria per la programmazione, il controllo e la verifica dei risultati. Ma, al di là delle critiche che ogni intervento può suscitare, il punto di vista “dal basso” viene contestato dal prof. Rossi e dagli altri studiosi, per la insita inadeguatezza della prospettiva che se emerge “dal basso”, rischia di rispondere solo ad interessi particolari, e di rimanere priva di una visione strategica. Si deve tener conto delle prospettive che si aprono al Mediterraneo, e in particolare al Mezzogiorno come ponte dell’Europa. Di conseguenza, in questa fase il Sud d’Italia incontra difficoltà non solo per la cronica carenza delle infrastrutture e per l’inadeguatezza dell’apparato produttivo; ma ancor più per le infrastrutture necessarie a rispondere alle sfide che la nuova geografia economica impone. Non può essere adeguata la logica degli interessi locali, dovendosi inserire in quella degli interessi nazionali. (E’ dunque indispensabile un disegno ”dall’alto” prevedendo ad esempio le Autostrade del mare e le relative attrezzature logistiche, per collegare i porti tra loro e con il tessuto dell’ambiente, oltre che con l’Europa, di cui il Mezzogiorno diviene naturale ponte).

Una difesa della “Nuova programmazione” viene proposta dal suo ideatore e promotore, Fabrizio Barca, che prende posizione nel volumetto: “Italia frenata – Paradossi e lezioni della politica per lo sviluppo” (Donzelli, 2006). Egli risponde espressamente a Rossi (cfr. ad esempio a p. 93) con il puntualizzare concetti e dati, ma anche per ribadire la validità della scelta della “Nuova Programmazione” che intende rendere vitale l’area meridionale, liberando le risorse e le energie di cui essa dispone, pur nella logica localistica. Viene proposto un insieme di riforme per tutta l’Italia (che devono trasformare l’intero paese, ma in particolare il Mezzogiorno). Barca prende atto che le novità impresse con l’avvio delle riforme e con la “Nuova Programmazione” non sono state per ora sufficienti a liberare l’Italia dai troppi vincoli che ne frenano lo sviluppo: e perciò l’Italia appare tuttora frenata. Barca difende la stagione delle riforme (avviate con la disciplina del mercato e della concorrenza, ma non ancora complete ed efficaci, a causa delle resistenze incontrate), rivendica in particolare la validità degli interventi “dal basso”, in specie nel Mezzogiorno. La stagione delle riforme richiede l’adesione delle varie istanze interessate, e comporta comunque tempi lunghi e una costanza mantenendo fermo il timone in direzione dell’attività riformatrice. Ciò spiega perché, non si deve aver fretta nel valutare le riforme, necessarie per ammodernare il paese e renderlo funzionale; ma semmai si deve proseguire nella giusta direzione.

Per allargare lo spettro delle idee programmatiche, si può richiamare il diverso punto di vista, espresso da Gian Paolo Manzella, nel saggio “Politiche per le «aree sottoutilizzate» e contrasto al declino”, contenuto nel volume dell’Associazione ASTRID (“Sviluppo o declino – il ruolo delle istituzioni per la competitività del paese”, a cura di Luisa Torchia e Franco Bassanini, Passigli, 2005).Il volume nel suo complesso intende delineare le strategie e le riforme necessarie alla ripresa economica italiana, che richiede (impresa ardua e comunque di lunga lena) di “modificare istituzioni e modalità di azione profondamente radicate”. In questo contesto si pone la politica per il Mezzogiorno (ma questa è l’originalità, la novità proposta da Manzella) secondo “un progetto che ieri era per superare il perdurare delle “due Italie” ed oggi è per contrastare, dal Sud, il processo di declino del paese”.

Se Nicola Rossi propone un’alternativa al Mezzogiorno dei localismi, guardandolo dall’alto della realtà internazionale, Gian Paolo Manzella inverte la tradizionale visione del Mezzogiorno come area “in ritardo”, dipendente e trainata dal Centro-Nord. Nel proporre di contrastare dal Sud il declino dell’Italia egli riconosce al Sud un ruolo strategico e dinamico a vantaggio dell’intero paese. Di fronte alle difficoltà, al declino, partire dal Mezzogiorno comporta valorizzare le sue energie per sospingere la ripresa dell’intero paese (fare dell’economia meridionale se non una locomotiva per tutto il paese, comunque considerarla in positivo, non come un freno, ma come una realtà dinamica). Di conseguenza, viene delineato un progetto ambizioso: a partire dal conformare gli assetti istituzionali alle esigenze dello sviluppo nazionale, dando al federalismo un assetto coerente, mediante il “federalismo fiscale” (non si possono fare riforme senza mettere a disposizione le risorse necessarie a farle funzionare). Né basta “perequarle” per assicurare il funzionamento delle prestazioni civili e sociali anche nelle aree a minore capacità tributaria (nella logica dell’art. 119 Cost 3° comma che prevede il fondo perequativo , ma anche per finanziare gli “interventi speciali” di cui allo stesso art. 119, 5° comma, nella prospettiva di rimuovere gli squilibri, realizzando la coesione e la solidarietà). Ovviamente il disegno andrà definito con l’esito del referendum sulla Costituzione: si dovranno prevedere i rinvii inevitabili ma evitando la perdurante incertezza nelle finanze regionali e locali.

Il saggio di Manzella sottolinea inoltre esplicitamente l’inadeguatezza di uno sviluppo industriale del Mezzogiorno, in assenza di una politica industriale nazionale, che rimanga chiaramente ancorata alle normative comunitarie, ma senza le timidezze che finora hanno rinviato le scelte nazionali di politica industriale, a cominciare dall’assenza del piano per l’energia. Va inoltre definita una politica del credito che vada oltre gli incentivi, assicuri i finanziamenti alle imprese e alle infrastrutture, necessarie ad adeguare le dotazioni di capitale sociale. Non si tratta di volere tutto subito, ma di stabilire criteri di priorità, a partire dalle opere di rifornimento idraulico e dai trasporti ferroviari, e ridisegnando la gerarchia delle funzioni urbane, nella prospettiva dello sviluppo. Si dovrà ridiscutere la “nuova programmazione”, verificando lo scarto tra gli obiettivi attesi e i risultati conseguiti. Dai frutti si vede se l’albero è buono. Nel tener conto delle esperienze della “Nuova Programmazione” non si può apprezzare una procedura convalidata dagli orientamenti comunitari di politica regionale, ma si deve guardare ai frutti, nell’esecuzione dei singoli progetti e ai riflessi globali, per verificare l’efficacia sullo sviluppo, come superare le condizioni che determinano l’inadeguatezza del Mezzogiorno e la sua dipendenza nel far fronte alle sue esigenze vitali.

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1. In linea con quanto segnalato dal seminario dell’ANIMI, che inquadra il Mezzogiorno nelle nuove prospettive geo-politiche, conseguenti allo spostamento dell’economia mondiale verso Est.

2. Le politiche per il “Mezzogiorno” (che noi continuiamo a definire tale), a partire dal 1992 furono declassate da “intervento straordinario “ ad ”intervento ordinario per le aree depresse dell’intero territorio nazionale”, e più di recente vengono nobilitate come “interventi per le aree sottoutilizzate”. Ma la realtà (né tanto meno la geografia) non si modifica cambiando denominazioni. Né si modifica un’area “depressa” definendola “sottoutilizzata”.

3. Fondo che comunque va modificato in conformità all’inadeguatezza riscontrata nell’attuazione del Decreto n. 56 del 2000.

 

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